martedì 7 settembre 2010

Open source o a pagamento?

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ci scambiamo le mele, avremo sempre una mela ciascuno.
Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea, e ci scambiamo le idee, allora avremo entrambi due idee.
George Bernard Shaw (1856-1950),
premio Nobel alla Letteratura nel 1925.

L'open source mi affascina da anni. Uso con grande soddisfazione Ubuntu a casa e su di un portatile scassatissimo in ufficio ma non riesco a portare questa risorsa sul lavoro.
Oggi Computer World Italia presenta un articolo che tratta le 11 applicazioni Open source per ufficio migliori e più utili, a sua detta, di questo panorama.
Prendo spunto da questo articolo per esprimere una mia riflessione in merito e, forse, anche per fare qualche esercizio di pensiero.



Come già detto in precedenza, lavoro principalmente con software proprietario Microsoft.
L'infrastruttura che ho creato nell'azienda per la quale lavoro è basata su Hyper-V più Windows 2003 e 2008 Server.
Ho solo un vecchio server nel mio ufficio che uso con Ubuntu 10 Server per fare qualche esperimento di sorta per approcciare il mondo open source in azienda.
La mia conoscenza dei linguaggi di programmazione, però, me ne limita tantissimo l'utilizzo. Ecco che, quindi, non appena trovo un intoppo un po' più grande delle mie possibilità subito mi blocco e fatico ore ed ore per cercare una soluzione che, alla fine, non troverò mai per mancanza di tempo.
Questo mi è successo, ad esempio, installando un applicativo Proxy, Squid, e bloccandomi sulla configurazione dei filtri avanzati: dopo diverse ore (serali e notturne) passate a lottare con log pressoché incomprensibili e procedure quasi "aliene", ho gettato la spugna e mi sono in parte rassegnato.

In parte perché ritengo l'open source una risorsa interessante e socialmente utile.
Interessante perché tanti applicativi che si trovano sono fatti bene, seguono progetti avanzati che hanno alle spalle tanta analisi e non sono abbozzati in garage sporchi ed abbandonati come tanti pensano.
Socialmente utili perché l'investimento delle aziende, tramite l'open source, non viene indirizzato verso costi di licenze bensì verso risorse umane ben specifiche.

E qui veniamo al nocciolo: il costo.
Tanti fraintendono open source con gratis. Non è proprio così! Open source vuol dire sì che i sorgenti sono liberi, aperti, disponibili ad essere copiati, modificati o riprodotti, seppur con qualche limitazione, ma non implica il fatto che i programmatori lavorino a gratis o che le installazioni e le assistenze siano de facto fornite a costo zero!
Implementare un prodotto open source, infatti, vuol dire che ti scarichi il sorgente, lo installi, lo configuri e lo usi... sempre che tu ne sia capace.
In caso contrario, richiedi l'assistenza sui forum oppure, nei casi disperati, direttamente al produttore. Questo, però, ti può giustamente richiedere un compenso... altrimenti di cosa vivrebbe?!

Nell'azienda per la quale lavoro, tempo fa, si è parlato anche in CDA di questa tipologia di prodotti.
La discussione è virata, giustamente, sui costi: abbandoni i costi di licenza per acquisire delle risorse umane.

Pro? Contro? Tanti? Pochi?
Tralasciando gli aspetti economici, i vantaggi sono senz'altro la flessibilità del software ma, per contro, se le verticalizzazioni non sono fatte più che bene, appena esce una release nuova, tutti i tuoi sforzi vengono vanificati dalle incompatibilità.
E poi che garanzie danno i contratti di assistenza stipulati con aziende spesso americane?

Difficile decidere quali e quante risorse destinare a questi progetti. Di certo mi piacerebbe poter installare Ubuntu e OpenOffice sui desktop aziendali e dire "Signori, eccovi un nuovo mondo!"... ma sai quanti insulti volerebbero, almeno per i primi mesi?! :-)

Il problema, per ora, sono sempre gli utenti meno capaci sul computer, quelli che già fanno fatica quando sposti loro le icone sul desktop, per intenderci...

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